Rischio meteo-idroI tragici eventi catastrofici che hanno coinvolto l’Abruzzo, la Sardegna, le Marche, la Puglia e la Toscana (per menzionare soltanto quelli delle ultime settimane), hanno portato, ancora una volta, sotto la lente d’ingrandimento dei media e dell’opinione pubblica la fragilità del nostro territorio. Si tratta di una doppia fragilità: ambientale e di sistema. Un territorio, infatti, non è una semplice estensione di colline, mari e montagne. Un territorio è un’entità geografica inquadrata in un sistema politico e sociale. Il territorio, in sostanza, è la terra con i suoi abitanti, istituzioni e il loro ordinamento. L’Italia sconta, in questo senso, una debolezza “naturale” o ambientale, dovuta soprattutto alla natura dei rischi ai quali è esposta (rischio sismico e idro-geologico prima di tutti) e una debolezza di sistema, dovuta a mancanze e inadeguatezze dei propri abitanti, istituzioni e ordinamenti.

In Italia come all’estero, nelle regioni in cui sono state ridimensionate e attenuate le fragilità e criticità ambientali, è avvenuto uno scatto in avanti di tutto il sistema sociale: la tutela del territorio, infatti, passa dalla responsabilizzazione e l’impegno di ogni attore della nostra società, dalle istituzioni ai cittadini.

“Nel 1999 un gigantesco ciclone devastò lo stato indiano dell’Orissa, uccidendo più di diecimila persone. Nel mese scorso un ciclone di potenza distruttiva simile è tornato a colpire la stessa zona. Stavolta però le vittime sono state appena quindici. L’enorme differenza si spiega con un unico fattore: negli ultimi anni le autorità indiane hanno messo in atto un elaborato piano per proteggere la popolazione. […] L’effetto positivo delle misure preventive è stato evidente. Le autorità hanno addestrato migliaia di persone a reagire all’arrivo di un ciclone, hanno costruito centinaia di rifugi nei centri abitati e ordinato ai funzionari di arrestare le persone che rifiutavano di lasciare le loro case” (Tratto da “Prima e dopo un ciclone”, Internazionale n. 1027).

In occasione dell’alluvione sardo, è stata sottolineata da molte parti la mancanza dei piani di emergenza comunale. Nonostante la Legge 100/ 2012 obblighi ogni comune a dotarsi di un piano di emergenza, sottolineando con forza i compiti e le responsabilità del sindaco in materia, il 25% dei comuni italiani ne è ancora sprovvisto. Tra i comuni dotati di piano, inoltre, soltanto la metà provvede al suo aggiornamento con periodica regolarità.

Tra i dati disponibili sulla diffusione dei piani, però, manca quello più significativo: quanti cittadini sono a conoscenza del PEC del proprio comune e qual è il livello di consapevolezza in materia di protezione civile tra la cittadinanza. Il Piano di emergenza comunale, infatti, per quanto documento imprescindibile, risulta lettera morta se non è aperto all’intera comunità e rimane soltanto uno strumento per tecnici.

Si avverte, perciò, ancora un forte scollamento tra i diversi piani del nostro sistema.  In generale, i cittadini chiedono alle istituzioni robustezza e prontezza nelle risposte, mentre le istituzioni chiedono alle varie comunità resilienza e attivismo. Tra i due livelli manca una politica di armonizzazione delle diverse realtà in grado di assegnare ad ognuno il proprio ruolo e responsabilità. Soltanto attraverso questa reciproca presa in carico, il nostro sistema può porsi all’altezza delle esigenze di un territorio così complesso.

Vale, ora, la pena ricordare il decalogo stilato dall’ANCI in materia di città resilienti. Un grande progetto di responsabilizzazione in materia di protezione civile capace di coinvolgere l’intero nostro paese, infatti, non può prescindere da:

· Fare in modo che nell’ambito dell’amministrazione locale sia istituita una struttura di coordinamento per individuare e ridurre il rischio di disastri, basata sulla partecipazione dei gruppi di cittadini e su alleanze con la società civile. Assicurare che tutti i settori dell’amministrazione siano consapevoli del loro ruolo nella riduzione del rischio di disastri e preparati ad agire.

· Stanziare risorse specifiche per ridurre il rischio di disastri e incentivi ai proprietari di abitazioni, famiglie a basso reddito, imprese e alla comunità in generale perché investano nella riduzione del rischio.

· Mantenere un sistema aggiornato di dati sui rischi e le vulnerabilità locali, realizzare valutazioni di rischio e tenerne conto come base nei piani e nelle decisioni sullo sviluppo urbanistico delle città. Assicurare che queste informazioni e i piani per la resilienza della città siano facilmente accessibili al pubblico e siano stati discussi pubblicamente.

· Investire nelle infrastrutture che riducono i rischi, quali opere per la regimentazione idrica, garantendone la manutenzione e i necessari adeguamenti al cambiamento climatico.

· Verificare la sicurezza di tutte le scuole e delle strutture sanitarie e adeguarle se necessario.

· Introdurre e applicare criteri adeguati ai rischi nei regolamenti edilizi e nella pianificazione dell’uso dei suoli. Identificare ove possibile terreni sicuri da destinare ai cittadini a basso reddito e sviluppare programmi di riqualificazione degli insediamenti non regolamentati.

· Garantire che siano messi in atto programmi di formazione e educazione sulla riduzione dei rischi di disastri nelle scuole e nelle comunità locali.

· Proteggere gli ecosistemi e le zone che naturalmente fungono da prevenzione, per mitigare gli effetti delle esondazioni, degli eventi meteo-climatici intensi e altri eventi verso cui la città è vulnerabile. Adattarsi al cambiamento climatico tramite azioni efficaci di riduzione dei rischi.

· Implementare sistemi locali di monitoraggio per il sistema di allerta preventivo e piani di gestione delle emergenze e realizzare regolarmente esercitazioni che coinvolgano la cittadinanza.

· Dopo ogni disastro, garantire che i bisogni delle vittime siano posti al centro della ricostruzione e che essi e le organizzazioni civili siano coinvolti direttamente nella definizione delle soluzioni, tra cui la ricostruzione delle abitazioni e della vita precedente al disastro.