Start-up o nuove imprese?

Il vero problema dell’Italia non è quello di far nascere e crescere start-up che operino nelle tecnologie avanzate. Ma quello – molto più generale – di disinceppare uno dei meccanismi fondamentali dello sviluppo dell’economia del paese: far nascere e crescere nuove imprese, in modo da rimettere in moto il processo di normale ricambio.

di Umberto Bertelè

EDITORIALE

19 Febbraio 2013

Non è un problema da accademia della crusca quello che voglio porre, di critica al ricorso eccessivo alle parole estere. È un problema invece di percezioni, di significati diversi spesso attribuiti – nella testa della gente – a termini che dovrebbero semplicemente essere la traduzione l’uno dell’altro. E conseguentemente di sensibilità e di peso nell’agenda politica.

Il termine start-up, per la maggior parte di coloro (temo non tantissimi) che ritengono di conoscerne il significato, ha tutto il fascino delle parole esotiche. Evoca la California, evoca la Silicon Valley, evoca imprese come Apple, Google, Cisco e Intel, piuttosto che (fra le più recenti) Zynga, LinkedIn e Twitter. Evoca l’interesse a far crescere anche in Italia nuove imprese che si muovano sulla frontiera della tecnologia, mettendo in campo una serie di incentivi pubblici e promuovendo lo sviluppo di strutture – quali business angel e venture capital – in grado di finanziarne le prime fasi del ciclo di vita.

Il limite che io vedo in tutto questo: che la promozione delle start-up venga vissuta come una sorta di optional, come una ciliegina sulla torta, e non come un problema vitale per il nostro paese.

Perché la creazione di nuove imprese è un problema vitale.

Far nascere nuove imprese rappresenta una necessità sempre, se non altro per rimpiazzare – anche se solitamente in settori e attività diversi – quelle che muoiono: perché acquisite e inglobate da altre, perché chiudono i battenti per evitare situazioni peggiori, perché falliscono.

 

Per leggere l’articolo completo vai qui